
La Rotta Balcanica è lunga 1000 km. Lo scantinato della democrazia europea in cui si chiama Game la tortura fatta alle persone in movimento che vogliono raggiungere l’Europa. A novembre 2021 sono partito per la Bosnia con Baobab Experience (ONG). Le jungle nascono e muoiono come il giorno e la notte, distrutte da la polizia e da gruppi paramilitari come Frontex, finanziati dal’Europa.
Umiliati, picchiati e derubati, i passeggeri vengono respinti e rimandati indietro scalzi. Gli squat di Biahć sono piccole case abbandonate mentre il campo di Velika Kladuša è l’unico accampamento informale con famiglie e anziani.
Isole di Naufraghi circoscritte al delta delle città, imprigionate dentro arcipelaghi di Jungle dove, come nei gulag di A. Solženicyn, convivono orfani che sopravvivono al gioco della morte che li costringe a vestirsi da clandestini.


Il campo di Velika Kladuša è una piana di fango, nascosta tra le case e le montagne. Le ruote della macchia affondano e girano con difficoltà per colpa del fango fresco e della pioggia incessante. Le tende sembrano abbandonate come le avessero dimenticate.
Le posture, i volti e le espressioni si disegnano poco alla volta. Gli sguardi spaventati e curiosi di chi si aspetta il peggio ma spera in un aiuto.
L’odore di terra bagnata sale fino al naso e si mischia alla fuliggine che si attacca addosso come l’acqua e il freddo sui vestiti.
Gli uomini ci aspettano in piedi, arroccati l’uno accanto all’altro come pronti ad affrontare un onda tutti insieme. Le donne e i bambini si nascondono nelle tende per paura d ritrovarsi davanti la polizia.


Le Jungle a Biahč sono state sgomberate poco prima del nostro arrivo. Erano rimasti piccoli squat diroccati, nascosti dietro gli alberi e anneriti dalla fuliggine. Fuochi accesi per tutta la notte, nascosti come i passeggeri dentro stanze sovraffollate, per non essere visti.
Quando arriviamo stavano cucinando il Chapati. Lo impastano sulla pietra e poi lo mettono sul fuoco. Ci fanno accomodare come ospiti e ci offrono da mangiare quello stanno cucinando. Case fantasma in cui il calore si costruisce tutto intorno a quel pane che si mangia insieme.


L’accampamento informale di Velika Kladuša si chiama “Helicopter Hangar”, per la struttura che si staglia solitaria, lontana dalle tende, dove i passeggeri si riposano fuori dal fango prima di provare il Game o dopo essere stati respinti. Il campo ospita prevalentemente famiglie Afghane, scappate dall’Afghanistan dopo la presa di potere dei Talebani nel 2017. Persone in fuga dalle persecuzioni politiche il cui diritto d’asilo è costantemente violato dall’Europa che finge di non vederli e finanzia chi respinge. Nella foto tre ragazzi partono per provare il game. La giornata è ideale per la pioggia e la nebbia che li nasconde dai droni e i visori termici.
I bambini giocano con il fuoco e con la spazzatura. Non c’è molto con cui giocare e distrarsi nel campo, per dimenticarsi la paura per qualche minuto.


Il fumo pervade tutto, anche nei momenti di intimità familiare come la preparazione del pranzo. Nella tenda una famiglia Afghana discute sul da farsi: se provare il game quel giorno oppure aspettare, perché alcuni bambini hanno la febbre. La decisione fu di aspettare senza sapere che la polizia sarebbe arrivata il giorno dopo a distruggere tutto.


Un padre rimpingua il fuoco e pulisce il campo dando fuoco alla spazzatura. La legna marcia e fradicia non brucia e trovarla asciutta è impossibile. L’unica cosa a bruciare è l’immondizia con la plastica che da al fumo un bianco intenso e un odore pungente e insopportabile. Il fuoco serve a pulire il campo per non essere seppelliti dalla spazzatura.
Una donna afgana cerca di scaldarsi. Non si avvicina a noi perché ha la febbre alta. Non possiamo chiamare l’ambulanza perché il rischio che arrivi anche la polizia è alto.



S. ha 19 anni e viene dall’Afghanistan. Con la scusa del pallone iniziamo a palleggiare e mi racconta che è la quindicesima volta che prova il Game. Quindici respingimenti sono troppi ma non abbastanza per decidere di tornare indietro. Lui ha solo 19 anni mentre F., il ragazzo del Nepal con cui posa per la foto, ne ha 30 ed è stato respinto venticinque volte. Con lui c’è anche la famiglia mentre S. é lì da solo: non ha notizie né dei genitori né della sorella da un mese.


A. non si avvicina a nessuno. Ha 4 anni e ha visto picchiata e umiliata tutta la sua famiglia. Il giorno prima del nostro arrivo, durante un violento respingimento, un poliziotto l’ha colpita con un pugno, facendole cadere un dente e provocandole un’edema alla gengiva.


Che ci sia un divano o una montagna di spazzatura a mostrarsi a noi è sempre l’ombra sofferente di una casa. Una casa che nasconde, che protegge, anche se diventa la prigione del passeggero dove ripararsi dal freddo e dalla violenza. Ma diventa anche il luogo della ripetizione, quello da cui non scappi, il checkpoint da cui riparti ciclicamente.


Il confine è sempre lì, a portata di immaginazione, come le case calde del paese che guardano silenziose le Jungle mentre affondano nel fango. Violenza e indifferenza sembrano opposti ma sono la stessa cosa sui Balcani. Il silenzio uccide quello che sopravvive alla violenza. Se nessuno la vede non esiste e cancella i volti e le storie che resistono dietro quelle tende, dentro le case abbandonate, in qualche bosco accovacciati in mezzo alla neve, rincorsi dai cani e piegati dal freddo.
Se passerete dai Balcani ricordate che sono passate persone libere, nonostante tutto, nonostante il freddo, nonostante l’odio, nonostante l’Europa.

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