ŽiZoran

an orphan’z portrait

Quando ho organizzato il viaggio in Serbia non era la prima volta che parlavo di rotta balcanica. Il Game caratterizza questo accesso all’Europa, brutale come il mare ma freddo come i Balcani. Migrare è sempre stato un compromesso troppo grande per gli extra-europei ma mai come adesso.

La frontiera costruisce orfani che non hanno più né una casa né un motivo per rivendicarla. Il ritratto di Zoran, però, non è come gli altri. Zoran è un “local” che abita in un edificio abbandonato a Šid, paesino a ovest della Serbia a confine con la Croazia. Zoran è un orfano per tanti motivi: non è serbo ma ci è cresciuto (probabilmente viene dalla Bulgaria perché ci racconta dei gipsy come se fossero la sua famiglia), ha combattuto una guerra non sua, per la Serbia, che una volta finita lo ha lasciato senza niente, proprio come lo aveva trovato. Non hai bisogno di documenti per essere serbo se devi combattere una guerra.

Foto di Francesco Pacifici

La solitudine è il flagello di chi è orfano che sia migrante, senzatetto o il reduce di una guerra che non gli apparteneva. Un processo che distrugge l’umanità dentro emozioni distorte dalla violenza che le persone in movimento subiscono e di riflesso applicano.

Zoran non è “on the move” ma subisce le stesse storture che subiscono i migranti che fanno il Game, ricevendo aiuto dalle stesse persone che aiutano le “persone in movimento”. Orfano di “casa”, Zoran è incastrato in una terra non sua, di transito. Una prigione di muri forati intorno a persone sole, orfane di un’identità sociale che adesso non gli appartiene più.

Foto di Simone Speciale

Zoran – Il figlio della frontiera

“Io non sono di questo posto, non sono Serbo” mi dice Zoran. Dal tono sembra dirmi che non è di questo mondo. Mi fa accomodare sull’unica seduta presente nella sua stanza. Ci offre una sigaretta nonostante ne abbia soltanto quattro sparse sul letto.

Quando gli chiedo della sua famiglia mi risponde che non l’ha mai avuta.

Porta un berretto vecchio appoggiato alle orecchie. Lo porta appoggiato come tutti i suoi vestiti. La distribuzione dei vestiti è complicata nelle frontiere. Cucinare il proprio cibo è più semplice che riuscire a trovare vestiti tipici della propria cultura. Il cibo ti aiuta a non dimenticare casa, mentre gli abiti ti ricordano chi sei per comunità. Ma Zoran era fiero dei suoi vestiti. Appoggiati come una divisa troppo grande. Come la guerra che gli è rimasta addosso.

Mentre si toglie l’impermeabile mi chiede se voglio togliermi la giacca. Ho troppo freddo, però, e gli faccio cenno di darmi la sua. Lui mi abbassa la mano con una decisa delicatezza. La fermezza del padrone di casa che ti offre da mangiare e ti dice di sederti. Prendo una sigaretta e accetto la birra, anche perché ne aveva parecchie. 

“Io ho sparato ai kossovari” dice con un certo orgoglio, come se non si rendesse conto della lettura storica che il mondo ha dato a quel momento. Ne parla per quello che è stata: una guerra non sua.

Foto di Simone Speciale
Foto di Francesco Pacifici

Arrivato in Serbia, Zoran è giovane. Non ha documenti, non ha una casa e men che meno soldi.

Quando la Serbia decise di invadere il Kosovo, Zoran aveva trent’anni. Faceva la fame e dormiva per strada, come adesso. Non servono i documenti per combattere nell’esercito Serbo. A Zoran, quindi, per farlo basta un fucile, una divisa troppo larga e capire a chi sparare.

“Riconoscersi nelle differenze è
Più facile che farlo 
Con le similitudini,
Ci guardavamo attraverso due
Vetri
Attraverso un’intercapedine
Sociale che ci faceva
Toccare ma solo per 
Un’illusione ottica”

QUANDO MILOSEVICH

Quando Milosevich decide di invadere il Kosovo, Zoran ha 32 anni. Durante la guerra, iniziata a febbraio del 1998, Zoran non era né serbo né militare. Per arruolarlo, infatti, la Serbia aveva costituito, ufficiosamente, i gruppi paramilitari di volontari, protagonisti complicati del conflitto.

Sono coloro che furono accusati di molti crimini di guerra segnati nella memoria storica collettiva come gli stupri di massa nei confronti delle donne musulmane. Lo stesso governo serbo, però, negò l’esistenza di questi. I volontari erano presi da qualsiasi ceto sociale e non dovevano avere una provenienza specifica; vale a dire che non dovevano essere necessariamente serbi.

Il Kosovo rivendicava la sua libertà, un po’ come Zoran, intercettato per contingenze dalla storia, che lottava per la sua. Lottava in nome di chi combatteva contro la libertà, sia del Kosovo, sia di Zoran.

Ora il Kosovo è rinchiuso dentro confini che la Serbia non riconosce. Come per Zoran, un’identità inconsistente, inutile e sacrificabile. Il ruolo perso dentro una scacchiera in cui sei mosso in nome di una morte libera. La stessa che ti imprigiona per vivere come un morto quando non servi più.

Un orfano è utile quando è arrabbiato. La sua tristezza, invece, spaventa tutti, molto più che vederlo con in braccio un fucile. 

Portrait of a former Serbian soldier now homeless on the border with Serbia

“La tristezza è una terra
arida in cui perdersi è facile
e nascondersi è complicato

La tristezza cavalca i vuoti
costruendo sentieri
senza scavare una buca

Sul muro che divide due deserti
è seduto un naufrago
che ha perso il mare e nuota
controcorrente per resistere
mentre si raccoglie lungo la strada
sperando un giorno
di perdonarsi”

Foto di Simone Speciale

IL FUOCO DELLA CAVERNA

La vita di un orfano di frontiera è resistere a questo ruolo. Un ruolo sociale impossibile perché sta sempre troppo stretto a tutti. A Zoran i vestiti dell’orfano invece non stringono, ma si appoggiano, come la giacca di un padre indossata dal figlio.

Ha raccolto gli scarti che la guerra gli aveva lasciato. Scarti che non erano troppo diversi da quelli che aveva, quando la guerra lo ha trovato. Un anima solitaria, come mi racconta, che ha visto moltissime facce e poche si sono fermate a parlare con lui. Anche la compassione, in certi contesti, diventa più tagliente del freddo.

Foto di Simone Speciale

La campana di Šid suona lenta e profonda, affogata dalla nebbia delle undici. Per raggiungere la casa di Zoran si entra in una zona industriale mezza abbandonata. Di industriale c’è rimasto poco. Una piana di fango e terra e qualche mezzo mattone che accenna un muro.

Foto di Simone Speciale

“Non ti riconosci mai in ciò
che sei
È più semplice in ciò che
vorresti
essere

Queste Terre mi spaventano
Come una casa di cui non ti puoi
Più fidare”

CATTEDRALI NEL DESERTO

Quelle che mi si parano davanti sono le ossa di un edificio. Le rovine di uno scheletro che infondo non ha smesso di respirare. Un tempio che resta in equilibrio sotto il peso del tempo, riempito da quello che gli manca.

Dentro la gabbia toracica di una caverna senza montagna, si confonde l’ombra di Zoran, come un affresco antico di cui il muro non si riesce a liberare. Una cattedrale, abbandonata nel nulla come il suo silenzioso custode.

Foto di Simone Speciale
Foto di Simone Speciale

La sua casa è seppellita tra le colonne di cemento, sotto una piazzola che separa due rampe di scale. Un cubo che nasce dall’incrocio di altri pezzi dell’edificio, come una stanza collaterale. L’ingresso è velato con una coperta bianca, pesante come il colore che mostra. Un Gesù disegnato sul muro vigila intimamente sulla casa. Sembra osservare tutto, nel suo silenzio di disegno sacro. In punta di piedi, come se non volesse farsi notare.

Foto di Simone Speciale

Poi c’è una stufa che si accende quando ti ricordi che c’è. Il cane sdraiato per terra mangia gli angoli del materasso come il mare che gratta gli scogli. Qui riesco a vedere i sogni di Zoran, che la notte lo accompagnano nella solitudine e nel silenzio dell’esilio. Sogni evaporati, come umidità attaccata ai muri, sparsi qua e la come le sigarette, ignorati come briciole sul pavimento.

Foto di Simone Speciale

“Come cimici
Nel materasso
Facciamo il nido
Sbattiamo sulle
Pareti della
Gabbia
Che la natura
Ci ha dato
Come casa”

Foto di Simone Speciale

SEMINA, RICATTO, PESTILENZA

Le parole si contano sulle dita, perché la lingua è un muro importante. Mi racconta la sua storia attraverso gesti e situazioni in cui le parole sono chiavi di senso. Il limite è una condizione che pervade tutto il paesaggio, i gesti e le conversazioni. Il volto di entrambi è inciso di quel dubbio reciproco. Quello di non aver capito o di essere stati fraintesi. Lui sa bene che peso ha avuto quella guerra. Era con le truppe volontarie, le stesse accusate di crimini di guerra, di cui il governo serbo ha negato l’esistenza. I peccati della guerra sono un’ombra che silenziosamente Zoran rispetta, vivendo quella dimensione mitica in cui sembra espiare le colpe di tutti.

Foto di Simone Speciale
Foto di Simone Speciale

Lui ha combattuto l’ennesima guerra della sua vita. Quando è finita quella in Kosovo ha ricominciato con la guerra del senza tetto, dell’orfano, che combatte tutte le notti con il freddo e tutti i giorni con la solitudine. I vestiti sempre bagnati sono una divisa che appartiene a molti orfani sui Balcani. L’inverno in Serbia è costantemente bagnato, anche se non piove. Una delle lotte dei volontari è quella di combattere contro i vestiti bagnati, a tutti i costi, perché con quel freddo sono letali più della fame.

Foto di Simone Speciale
Foto di Simone Speciale

“Ci sono
compromessi
In cui
Una questione
personale
Diventa parte
Della storia”

IL SACRIFICIO DEL PEDONE

Zoran è un pedone dentro la scacchiera di chi si può permettere di scarificarlo. Il pedone rimasto in piedi, sopravvissuto alla partita che, ormai finita, lo ha lasciato solo dentro la scacchiera. La stessa scacchiera che adesso lo imprigiona. Parla una lingua di cui non conosce la grammatica, ma ne sente il peso, come quello di essere rimasto in piedi a discapito di tutto e di tutti. Zoran tra i serbi come il sopravvissuto tra i superstiti.

Foto di Simone Speciale

Figli della violenza della guerra che non gli permette, ancora oggi, di interagire con il prossimo senza quella paura invasiva. La paura della guerra, in cui tutti possono essere nemici e l’odio sembra giustificato dalla necessità di sopravvivere. Zoran ha scelto la pace, a modo suo e per quello che ha potuto. Ha costruito la casa dentro la prigione del pedone, che orfano aspetta la morte seduto nella sua casa, in una scacchiera troppo grande e troppo vuota per sentirsi parte di qualcosa.

Foto di Simone Speciale
Foto di Simone Speciale

“Sono grassi
I brividi
Che ti svegliano
Di notte
Freddo silenzioso
Che ti
Ricorda
Che non ti vuole
E distrugge il
Letto
Si spezza il
Sonno
Sino ad
Abbandonarti
Come fanno le
Parole delle
Persone
Che promettono
Di tornare”

RESTA COL FIUME

In inverno a Śid il freddo ti spezza in due. L’umidità ti ritaglia pezzo per pezzo e ti butta in mezzo al fango che per le persone in movimento sembra essere ovunque. Zoran è un orfano senza casa e senza patria che, però, è cresciuto in Serbia, stato per cui ha combattuto una guerra di invasione senza meritarsi nemmeno la dignità. Scontrarsi con il mondo è doloroso, ma farlo alle frontiere come orfano ha il sapore di una punizione. Qualsiasi sia la provenienza, sui Balcani un migrante è un orfano, che cerca di spostarsi e viene torturato fisicamente e psicologicamente.
Essere orfani non deve e non può essere una colpa.

Foto di Simone Speciale

C’è un pezzo di mondo che chiede aiuto ma che non viene ascoltato perché non può vestirsi bene e non può lavarsi. Subisce la prigione che veste un clandestino, anche se non va da nessuna parte, anche se conosce la lingua, anche se ne ha indossato la divisa, anche se ha dovuto uccidere, ai confini del mondo, chi come lui combatteva solo per restare vivo. Il suo nome è inciso sottovoce sulla pietra che fa angolo, tra la frontiera e la coscienza collettiva.

Ži Zoran. Zoran živi. Zoran vive

Quando ne parlo la lingua diventa grigia. Sento i colori sbiadirsi e non riesco a dare un tono emotivo alle cose che racconto. Nascosti tra i cespugli della Serbia, dove sembra che dio abbia messo una bomba di fango, si nascondono persone, bagnate sino al midollo, pestate come sacchi da box e spostate come fossero sigarette. Se di necessità si fa virtù, allora non ci si dovrebbe aspettare che violenza in risposta ad un trattamento del genere. Invece il Game ha trovato un suo malsano equilibrio a discapito di chi ci passa in mezzo. La tela di un ragno sono i Balcani. Labirinti dove i confini diventano pesanti come muri e muri ingombranti come il razzismo.

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