Sanguevivo

Sant’Agata ascolta le grida solo se si annullano sotto il peso della folla. Una forma che si muove come l’oceano, in cui ogni onda si schianta contro il tempo ma non si allontana dalla fonte. Il dolore ha senso solo se è condiviso ma rimane intimo, come un segreto collettivo, che va gridato come se facesse male, che si custodisce fino ad esserne prosciugato. La prigionia del dolore, il carcere che impone la sofferenza. Sant’Agata è la santa dei prigionieri ovunque questi si trovino. Un lumino nel buio, un cero nella notte, che raccoglie le paure di tutti e le trasforma in una spina dorsale, trascinata come una punizione.

– L’identità di un popolo si costruisce anche sulla sofferenza individuale, sui compromessi con la morte che diventano la grammatica con cui le parti parlano all’organismo. Gli individui all’anima collettiva, che viene messa in discussione solo da chi, la festa della santa, non l’ha mai vista –

“Chiedimi perché mi sento a casa, in questa euforica tristezza che si nasconde dietro le urla? Perché mi nascondo dietro la mancanza, perché ho bisogno di sentirmi meno per farne parte? Sentirsi piccolo davanti al dolore, come un bambino che affronta l’assenza di un padre. Sentirsi dispersi, disciolti in soluzione, percependosi parte del dolore di tutti.

Il dolore è difficile da rappresentare senza essere pornografici. Sembra non esistere senza l’intimità. Sono pezzi di me, quelli che trovo in giro per Catania ma non ne posseggo nemmeno uno. Sono i pezzi che posseggono me, ne faccio parte come i danni di una tempesta. A Catania saremmo l’effetto collaterale di qualche miracolo rocambolesco, in cui non sempre è la cosa migliore ad essere quella giusta.

Sbagliamo come bambini e ci confessiamo davanti ad una sorella, perché la madre sputa fuoco ed il padre logora con le sue onde, modellati come roccia alla deriva; scogli attaccati al fondo, che galleggiano senza spostarsi.

Attaccati agli occhi ci sono due fosse nere come il buio della notte, che attraversiamo insieme per superarla un’altra volta. Se mi tieni il petto mentre grido il mio peccato, non sono solo, anche se il tempo sembra cancellarmi la voce. Porto il sacco per penitenza e mi sveglio di notte per devozione, per vederti anche quest’anno, sotto le luci dei ceri, degli occhi umidi che non piangono, perché sono cattivo sempre, tranne che per la santa. 

Raccolte in frammenti come i pezzi del mio cuore, sono le promesse che ti ho fatto ogni giorno, per vedere mio padre guarire, mio fratello svegliarsi dal coma o mio figlio ricominciare a camminare. Nella speranza di vedere mia madre che non piange più, per non essere io il motivo di quel pianto, allora alla Santa chiedo perdono, perché sono solo un bambino come lei, che troppo presto ha dovuto decidere da che parte del dolore stare.

I passi si fanno pesanti e le cere sembrano montagne. Ci bruciamo con quello che ci protegge, e ci laviamo con ciò che ci uccide, per resistere un’altra notte senza incubi, per svegliarci dentro un grembo che sembra fatto di ferro. Mi hai raccontato la tua storia da quando sono piccolo e adesso che mi sembra di essere grande, non riesco che a guardarti con gli occhi del bambino che ho dovuto uccidere per chiederti la grazia”

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