Un breve racconto fotografico di viaggio nel sud della Sardegna. Quella dei pescatori che vivono con un mare silenzioso e severo come un padre. Un padre che mette le sole regole che la ciurma di una piccola isola della Sardegna rispetta. Delle regole che si stabiliscono attraverso una misura primitiva: quella del corpo. Il corpo, attraverso le mani e le braccia, porta il peso della vita dei pescatori disegnata con la fatica. Una convivenza che non distrugge niente perché non pretende nulla di più di quello che è in grado di riportarsi a riva usando le braccia.



L’intreccio delle mani si intreccia con le corde. La piccola barca sembra intrappolata tra le funi. Passano per le mani dei marinai come rami e radici. Le corde bagnate tagliano i palmi che sembrano non ricordasi nient’altro che il mare. Tutto ciò che passa tra quelle corde, come la ciurma, ha il mare addosso anche quando è sulla terra ferma.




Le facce dei marinai hanno le rughe profonde, lo sguardo furbo e l’umore variabile. Scolpiti dalla risacca come scogli sposano il mare sulle loro piccole barche di legno. Foglie attaccate ai rami, che vibrano con il vento e si bagnano con la mareggiata. Non mi spiegano chi sono perché non sembra servire.





Il mare non perdona e non compatisce nessuno. Nemmeno i marinai che parlano quella lingua silenziosa, fatta di gesti ripetitivi e scatti di forza. Gesti che sembrano voler tenere il mare come se stesse scivolando via. Tenerlo, non domarlo. Parlarci è possibile solo con il corpo. Un corpo fatto di storie non dette e di mani tagliate che si trascinano avanti e indietro a braccia dalla costa.

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