C’è una Roma che vive per strada. Stazione Tiburtina la notte diventa il rifugio che imprigiona un sacco di storie senza volto. Volti che non interessano a nessuno, come ombre nere che vivono la strada che nessuno vuole vedere, né in foto né di notte. Storie che scappando dalla violenza si ritrovano a combattere contro la strada resistendo agli sguardi ciechi di chi ignora il dolore altrui per non doverlo risolvere.
Una Jungle dietro i residenziali palazzi di Via tiburtina, in un luogo che sembra un avamposto di un ricordo di viaggio, che il gruppo ha conservato collettivamente e trascritto nello spazio che vive, per non dimenticarsi, per non perdersi dentro il labirintico ruolo dello straniero.

Ad introdurmi in questa terra collaterale, è stata una persona con un ruolo altrettanto collaterale. P. è un uomo di 52 anni, Holof e senegalese. I ragazzi che vivono nel campo invece sono tutti gambiani.
P. vive in una casa occupata; ha lottato per abitarci. Ha lottato per anni cercando di conquistarsi una casa, passando dai campi irregolari di cui conosce molto bene le dinamiche. È rassegnato ma consapevole verso il ruolo nel quale anche lui è rinchiuso (quello dello straniero). Lo conosce molto bene, lo sa leggere, perché è una condizione distante dalla sua persona. Un lucido cicerone, che avverta la realtà dei ruoli, perché legge lucidamente quella insanabile insofferenza. Una diffidenza che non gli appartiene, ma che si è calcificata fino a trasformarsi in intolleranza.
P. “Sono arrivato qui con un aereo, non come questi qui che non vogliono fare un cazzo(riferendosi ai Gambiani). A loro non frega niente di te fin quando non gli serve qualcosa della burocrazia. Loro preferiscono sopravvivere così, per non dipendere dall’odio di questa città. Non vogliono chiedere niente a nessuno”.
Gli chiedo perché.
P. “ Perché Roma è grande e non c’è spazio per tutti. Qui se dormi per strada, al freddo, ti sgomberano uguale e non frega un cazzo a nessuno. Che vita è? Io la mia casa l’ho conquistata, ma perché sono io. Loro galleggiano, perché sono stanchi di nuotare controcorrente”



Le ombre della stazione sono storie che resistono al cinismo del mondo. Vengono da lontano e dormono per strada. Avvolti tra le tende, nascosti dietro le piante delle strade abbandonate della stazione. Le ombre vogliono il buio anche se lo hanno subito. L’identità si trasforma quando è sul limite della realtà: come quella di una frontiera; come quella di una stazione











Rispondi