Dov’è la mia Kefiah?

Mi capita spesso di perdere cose mie ma non per mano mia.
In Sicilia, da quando sono partito, la bellezza di quasi dieci anni fa, non torno spesso. Torno si, ma non quanto vorrei. Quest’anno sono riuscito a passare più di un mese continuativo a casa, cosa che, come sempre, mi porta ad ordinare cose e pensieri della mia vita. Alimenta le idee come sostanze stupefacenti che, appunto, hanno sempre controindicazioni.
Mentre frugavo nell’armadio della mia camera alla ricerca di un paio di pantaloncini per andare a correre, mi sono ricordato che avevo una Kefiah molto bella regalatami dalla collega comunista di mia madre molti anni fa. La Kefiah… dove maledizione si trova. Ho praticamente smantellato una stanza, accusando la casa, mia madre, mio fratello e Dio di far sparire sistematicamente le cose che tengo in quella stanza. Una specie di maledizione che mi “assicuta”. Prima il costume, poi i cavi del mixer, poi dei libri e ora le Kefiah. La Kefiah, quando l’avevo l’ultima volta? Ripercorrendo gli ultimi cinque anni a ritroso mi ricordo di averla usata a Roma. La tenevo sempre attaccata allo zaino, sempre, mai staccata. Poi l’illuminazione, il pezzo mancante che, a dirla tutta, mi ha fatto incazzare ancora di più.

Durante il G20, la manifestazione a Roma fu una specie di comparsata senza particolari sbocchi politicamente rilevanti. Ma partecipai. Partecipavo sempre perché esserci era ed è tutto. Facendo le foto e illudendomi di venderle, partì attrezzato con caschetto e macchinetta. La Kefiah era sempre stata attaccata allo zaino. Mai spostata o presa per l’occasione. Sempre lì.
Arrivati alla stazione di Piramide, scendo dal treno facendo una cosa molto stupida: attacco il casco allo zaino. Come se avessi preso un mitra in mano e avessi iniziato ad urlare, sceso dal treno due poliziotti mi bloccano. Nel panico mi dicono:
“Dove cazzo vai è!? Non puoi girare con quelle!”
“Con quale cosa, mi perdoni” rispondo mentre vedo le pupille del mio interlocutore stringersi e le vene della fronte corrugarsi per lo sforzo argomentativo.
“Non puoi girare con un casco e la Kefiah”
“Guardi agente, che faccio il fotografo, non penso che queste due cose siano un deterrente per un potenziale pericolo” rispondo.
“Cosa hai nella borsa?”
Nonostante glielo avessi appena detto comprendevo la necessità di un discorso più didascalico. Quindi, senza remore, mostro il contenuto pericolosissimo della mia borsa: una macchinetta fotografica digitale, un secondo obbiettivo, un taccuino, una penna e un coltello a lama liscia che tengo sempre di cui, però, non gli è fregato assolutamente nulla.
Vedevo che fissavano intensamente casco e Kefiah. Il casco non era nemmeno mio, era una scodella che mi aveva regalato una mia collega di università.
Dopo qualche minuto di confabulazione, un agente scappa via dopo aver preso i miei documenti. L’altro rimane a controllare che non alimenti una qualche rivoluzione nei successivi cinque minuti. Mi controlla come se dovessi saltargli addosso, aggredirlo. Se ti senti in pericolo con una pistola nella fondina qualcosa non torna: io mangio cipolla e a te piangono gli occhi?
Il poliziotto con i documenti torna con cinque colleghi, uno più sveglio dell’altro che, dopo un’accorata confabulazione strategica mi dicono:
“Ti dobbiamo sequestrare la Kefiah e il caschetto”.
Non sapendo se ridere o urlare chiedo come mai questa cosa fosse necessaria per la pubblica sicurezza. La risposta?
“Sono sintomo di una pericoloso attivismo politico antagonista”
“Antagonista nei confronti di chi, di Israele?” Rispondo con una palese perplessità e disorientamento.
“C’è poco che discutere. Alla divisa si ubbidisce. Punto”
“Alla divisa si ubbidisce se si è a propria volta in divisa. Non è stato di polizia per quello che so”
Lì mi aspettavo lo schiaffo ma si sono limitati a prendermi sotto braccio e, non sono ironico, gentilmente mi hanno accompagnato nell'ufficio della stazione. Lì sembravano più tranquilli, forse perché giocavano in casa. Senza troppe spiegazioni mi hanno sequestrato il caso e la Kefiah, segnalandomi in qualche modulo criptico che ho firmato, in quanto dichiaravo che quegli oggetti erano i miei. Il casco non l’ho più ripreso anche se provai a tornare per vedere se lo avevano ancora. La Kefiah non c’era. Non so dove sia o chi la indossi adesso. Mi piace pensare che ci sia un poliziotto a Roma che, nel cuore della notte, mentre tutti i colleghi dormono, indossi quella Kefiah, sognando danze per i diritti civili piene di fricchettoni, spinelli antifascisti e barzellette sui carabinieri.

I simboli sono pericolosi, sopratutto per gli ignoranti. Sono pericolosi come gli ideali perché li fissano nella storia e li riconosce chiunque, anche chi non ha lo spessore e la sensibilità per comprenderli.
I simboli vivono al disopra delle lotte ma vanno alimentati, altrimenti appassiscono come begonie che prendono troppo sole.

Mi ricordo dov’è la mia Kefiah e lo prometto, non me lo scordo dov’è finita. 


Lascia un commento